Storie ed empatia

Le storie si sa, ci sono da quando esiste l’uomo. L’empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni altrui, pure. Cosa c’entrano questi due aspetti tra loro? Forse è la stessa domanda che si è posto lo psicologo e romanziere Keith Oatley, il quale in uno studio scientifico da lui stesso redatto, ha raccolto tutte le ricerche riguardanti gli effetti della narrativa sul cervello umano e ha scoperto esserci una profonda correlazione tra la fiction e la capacità di comprendere se stessi e gli altri. Tutto ciò scaturirebbe proprio dall’immaginazione che si attiva ogni volta che leggiamo un romanzo, guardiamo un film, assistiamo ad uno spettacolo teatrale, e che ci porta a guardare il mondo con occhi diversi, a comprendere meglio gli stati d’animo, ad accrescere le nostre doti relazionali. In poche parole è ciò che intendeva Umberto Eco quando scrisse: “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è un’immortalità all’indietro.” Oatley ha voluto quindi dimostrare come la letteratura influisca sul nostro cervello con effetti quasi immediati. Le persone abituate a leggere o a fruire storie, ad esempio, hanno raggiunto risultati migliori rispetto ad altri in un test psicologico molto famoso chiamato “Mind in the Eyes” che consiste nell’individuare l’emozione trasmessa dagli occhi al di là delle espressioni del viso.

Sottoponendo a risonanza magnetica alcune zone del cervello come l’ippocampo, sede della memoria e dell’apprendimento, è stato notato come esse si attivavano in maniera particolarmente rilevante nel momento in cui ad alcuni volontari venivano pronunciate delle semplici parole come “un tappeto blu scuro”  o “una matita a strisce arancioni” e che bastavano ad attivare i meccanismi dell’immaginazione. “La letteratura mima il nostro mondo sociale. Come i simulatori di volo aiutano a diventare piloti, la letteratura migliora la capacità di avere relazioni” scrive giustamente l’autore dello studio, a volerci spiegare quanto una storia sia molto più di un semplice intrattenimento o un piacevole modo di passare il tempo, le storie ci insegnano a vivere con noi stessi e con gli altri.