No filter. Come i social ci hanno trasformati in esibizionisti

Al tempo dell’esibizionismo universale, quello che pressappoco ha avuto inizio da Facebook in poi, nessuno può dirsi davvero immune dal contagio di quella piaga sociale che si chiama ostentazione. Il social più famoso del mondo che all’inizio veniva utilizzato dagli utenti perlopiù per tenersi in contatto con la propria cerchia di conoscenti, per ritrovare vecchi amici o comunicare con persone lontane o che si erano perse di vista, nel corso degli anni si è trasformato nel reportage dettagliato della nostra vita quotidiana, accompagnato da originalissime didascalie/post del tipo: “le serate quelle belle” o “di sorrisi ne abbiamo?” oppure “vacanze mode-on” con tanto di localizzazione annessa e quindi ciaone e baci a privacy e CIA.

Un diario perciò tutt’altro che segreto al quale confidare frecciatine pubbliche riferite a questioni private e riflessioni sgrammaticate che ci hanno conferito l’abilitazione ad opinionisti professionisti e tuttologi sbranatori di succulenti notizie (vere o fake poco importa) che i media ci servono come sempre su un piatto d’argento. Senza ovviamente tralasciare la laurea conferita da una qualche prestigiosa facoltà dell’Università della Vita. Quello che resta è il tifo selvaggio e incontrollato degli haters, detti anche leoni da tastiera che, dopo aver distrutto di insulti e minacce di morte il malcapitato del momento con tanto di albero genealogico compreso, intasano le proprie e altrui bacheche di gattini che ogni mattina puntuali augurano buongiorno e nei casi più spietati chiedono anche: caffé? Sì perché se non prendi parte alla discussione, se non ti schieri con o contro qualcuno che gusto c’è ad essere social?

Ma mentre nell’arena facebookiana si continuano a sfidare fazioni agguerrite della serie populisti vs. comunisti col rolex o carbonara con il guanciale vs. carbonara con la pancetta e a condividere catene di Sant’Antonio tali da far vacillare anche le più solide fondamenta della teoria darwiniana, da qualche tempo è sorto all’orizzonte un altro social network che rischia di nutrire il nostro “guardonismo”, per i più colti voyeurismo, fino a farlo esplodere in un’apoteosi di compulsività. Trattasi dell’habitat ideale per vanitosi, dipendenti da Photoshop e iniezioni di autostima che quasi sempre corrispondono allo stesso soggetto.

Benvenuti nel fantastico regno di Instagram, quel luogo incantato nel quale ogni Cenerentola si trasforma in influencer. Tante lo sognano, poche finiscono per farci davvero del business, tutte però si mettono in posa in qualche angolo alla moda di Milano con tanto di fotografo al seguito. Altre si sparano un selfie nei camerini di un negozio di lusso se non possono permettersi abiti costosi e tanto meno il fotografo. E poi immortalano tavole imbandite di cibo che hanno la stessa aderenza alla realtà di un set cinematografico, senza però dimenticare di raggiungere mete esotiche in ogni periodo dell’anno perché se su Instagram non sei un traveller o un travel addicted non sei nessuno ma soprattutto la conditio sine qua non per essere considerati degli influencer minimamente seguiti è quella di bere tante, tantissime tisane detox.

Per chi ancora non avesse dimestichezza del mezzo però è bene precisare che per far lievitare il numero dei follower è necessario anteporre ad ogni parola, preferibilmente anglofona, il cancelletto più famoso del web. E se il potere degli hashtag non bastasse a conquistare nuovi seguaci? In tal caso ci verrebbe in soccorso un’altra possibilità, quella tradizionale e vecchia come il mondo ovvero il denaro. Sì perché i finti follower ovviamente, come i finti profili, i finti like e i commenti finti anche quelli si possono comprare. Del resto se solo per indossare un capo di abbigliamento e farti una foto i brand arrivano a pagarti migliaia di euro, un piccolo investimento iniziale sarà pur doveroso.

Perché i social sono soprattutto questo, sono lo spazio nel quale le star che un tempo erano irraggiungibili come divinità dell’Olimpo, per farsi pubblicità e farsi pagare profumatamente giocano a fare le persone comuni, e le persone comuni fanno finta di essere le star, suscitando sì le attenzioni e le invidie di quelli che li conoscono ma gratis. Il gioco però, in entrambi i casi, dura poco: giusto le manciata di ore di visibilità di una storia di Instagram.

Poi ognuno torna alla propria vita, quella vera che tentiamo ingenuamente di nascondere dietro filtri dai quali pretendere effetti miracolosi. Ma sotto quei filtri restiamo comunque noi, con i nostri difetti e le nostre miserie che pur di non accettare cerchiamo di esorcizzare attraverso i social, per trovare nei like e nei cuoricini quella sicurezza e  quell’approvazione che in noi stessi dovremmo cercare.

Ma se questo vi pare brutto sappiate che può sempre andare peggio, potreste ad esempio essere aggiunti a qualche gruppo WhatsApp chiamato “cena di classe del liceo” o “addio al celibato/nubilato” oppure, nel caso foste davvero sciagurati, in un gruppo di genitori ansiogeni dei compagni di scuola dei vostri figli.

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