Caregiver

Si chiamano caregiver, si traducono come angeli del nostro tempo. Sono l’esercito silenzioso di coloro che ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, si prendono cura di un famigliare o di un parente anziano, disabile o che necessita di assistenza a lungo termine. Solo in Italia si stima che i cosiddetti caregiver siano almeno tre milioni ma potrebbero essere molti di più.

Per capire qual è il ruolo ma soprattutto l’importanza di queste persone nella nostra società è necessario calarsi almeno per un attimo nella loro quotidianità e cercare di comprendere quali siano le condizioni nelle quali si trovano a vivere ogni giorno. Ebbene, occuparsi di qualcuno che versa in una situazione cronica tale da richiedere sostegno e vigilanza continui significa innanzitutto sacrificare una parte considerevole della propria vita per custodire la vita fragile di un altro.

Significa assistere giorno dopo giorno al lento deperimento non di un essere umano qualunque ma quasi sempre di una persona che ti sta a cuore, vederla perdere l’indipendenza, la lucidità, le facoltà più semplici come il movimento o la parola con il rischio di sentirsi spesso incapaci o impotenti di fronte a questo graduale ed estenuante spegnimento.

Significa, nella maggior parte dei casi, rinunciare al proprio lavoro con tutto quello che ne consegue, sia dal punto di vista economico che psicologico e sociale, e quindi trascurare il tempo libero da dedicare alla famiglia, ai rapporti sociali, al riposo, alla cura della propria persona. Infatti fronteggiare per un lungo periodo situazioni di questo tipo porta la persona che presta il suo aiuto ad isolarsi oltre a mettere inevitabilmente a repentaglio la propria di salute, sia mentale che fisica.

Anche perché coloro che accudiscono un anziano o un malato, tendono a sentirsi spesso soli, emarginati, incompresi e quindi vulnerabili. Del resto nel nostro paese come purtroppo accade anche negli altri stati europei che da questo punto di vista non se la passano meglio, i caregiver sono per lo più cittadini abbandonati a loro stessi, poiché non esiste ancora una legge che tuteli questa figura che offre il suo sostegno a titolo non professionale e gratuito, né interventi economici sufficienti a garantire una migliore qualità della vita non solo a chi soffre ma anche a chi ha scelto coraggiosamente di star loro accanto.

Perché ci vuole coraggio ad onorare la vita di un genitore, di un consorte, di un fratello e, Dio non voglia mai, di un figlio quando la vita ti inchioda in un letto o su una sedia a rotelle, quando ti toglie la memoria, la ragione, la capacità di di lavarti, di vestirti, di andare in bagno da solo e poi di deglutire un boccone o di versarti un sorso d’acqua in un bicchiere. Ma ricordiamoci che ci vuole soprattutto tanto amore a prendersi sulle spalle il peso di queste vite, a restituirgli la dignità che ogni essere umano a qualunque età e in qualunque condizione merita e a fare di questo sacrificio d’amore un dono inestimabile, anche per questo mondo indifferente e distratto.

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