No filter. Come i social ci hanno trasformati in esibizionisti

Al tempo dell’esibizionismo universale, quello che pressappoco ha avuto inizio da Facebook in poi, nessuno può dirsi davvero immune dal contagio di quella piaga sociale che si chiama ostentazione. Il social più famoso del mondo che all’inizio veniva utilizzato dagli utenti perlopiù per tenersi in contatto con la propria cerchia di conoscenti, per ritrovare vecchi amici o comunicare con persone lontane o che si erano perse di vista, nel corso degli anni si è trasformato nel reportage dettagliato della nostra vita quotidiana, accompagnato da originalissime didascalie/post del tipo: “le serate quelle belle” o “di sorrisi ne abbiamo?” oppure “vacanze mode-on” con tanto di localizzazione annessa e quindi ciaone e baci a privacy e CIA.

Un diario perciò tutt’altro che segreto al quale confidare frecciatine pubbliche riferite a questioni private e riflessioni sgrammaticate che ci hanno conferito l’abilitazione ad opinionisti professionisti e tuttologi sbranatori di succulenti notizie (vere o fake poco importa) che i media ci servono come sempre su un piatto d’argento. Senza ovviamente tralasciare la laurea conferita da una qualche prestigiosa facoltà dell’Università della Vita. Quello che resta è il tifo selvaggio e incontrollato degli haters, detti anche leoni da tastiera che, dopo aver distrutto di insulti e minacce di morte il malcapitato del momento con tanto di albero genealogico compreso, intasano le proprie e altrui bacheche di gattini che ogni mattina puntuali augurano buongiorno e nei casi più spietati chiedono anche: caffé? Sì perché se non prendi parte alla discussione, se non ti schieri con o contro qualcuno che gusto c’è ad essere social? Continue reading

Caregiver

Si chiamano caregiver, si traducono come angeli del nostro tempo. Sono l’esercito silenzioso di coloro che ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, si prendono cura di un famigliare o di un parente anziano, disabile o che necessita di assistenza a lungo termine. Solo in Italia si stima che i cosiddetti caregiver siano almeno tre milioni ma potrebbero essere molti di più.

Per capire qual è il ruolo ma soprattutto l’importanza di queste persone nella nostra società è necessario calarsi almeno per un attimo nella loro quotidianità e cercare di comprendere quali siano le condizioni nelle quali si trovano a vivere ogni giorno. Ebbene, occuparsi di qualcuno che versa in una situazione cronica tale da richiedere sostegno e vigilanza continui significa innanzitutto sacrificare una parte considerevole della propria vita per custodire la vita fragile di un altro.

Significa assistere giorno dopo giorno al lento deperimento non di un essere umano qualunque ma quasi sempre di una persona che ti sta a cuore, vederla perdere l’indipendenza, la lucidità, le facoltà più semplici come il movimento o la parola con il rischio di sentirsi spesso incapaci o impotenti di fronte a questo graduale ed estenuante spegnimento.

Significa, nella maggior parte dei casi, rinunciare al proprio lavoro con tutto quello che ne consegue, sia dal punto di vista economico che psicologico e sociale, e quindi trascurare il tempo libero da dedicare alla famiglia, ai rapporti sociali, al riposo, alla cura della propria persona. Infatti fronteggiare per un lungo periodo situazioni di questo tipo porta la persona che presta il suo aiuto ad isolarsi oltre a mettere inevitabilmente a repentaglio la propria di salute, sia mentale che fisica. Continue reading

La promessa dell’emiro

Cos’ha in comune un ricco emiro del Quatar con una normalissima nonnina di Brindisi? Nulla se un bel giorno di ben ventuno anni fa le loro strade non si fossero incrociate. Hamad bin Khalif al-Thani che oltre ad essere uno degli sceicchi più ricchi del mondo è tra le altre cose anche il fondatore di Al Jazeera, nonché proprietario della Quatar Airways, in un pomeriggio d’estate del 1997 aveva ancorato il suo panfilo al porto di Brindisi. Stava camminando sul lungomare della città come un turista qualunque alla ricerca di un bar o un ristorante per una sosta in bagno ma a quell’ora i locali pubblici erano tutti chiusi. Da viale Regina Margherita lo sceicco finì per perdersi lungo i vicoli delle Sciabiche, lo storico borgo dei pescatori.

È lì che al-Thani ha incontrato Teresa Borsetti la quale, affacciata all’uscio di casa sua, gli ha chiesto se avesse bisogno di qualcosa. Dopodiché la minuta nonnina ha invitato quell’elegante straniero, del quale ignorava l’identità, a usare tranquillamente la toilette di casa sua. Toccato da quel generoso gesto, lo sceicco ha salutato e ringraziato la donna promettendole che sarebbe tornato a trovarla. A quanto pare però, quella del facoltoso uomo non era una banale frase di circostanza. Da quel giorno infatti, sono passati più di due decenni ma lo sceicco non si è mai dimenticato della gentilezza semplice e straordinaria di Teresa e quest’estate, dopo essersi assicurato che vivesse ancora a Brindisi, è tornato per farle visita e mantenere fede alla parola data. Continue reading

Ti perdono

Che gli scippatori o i borseggiatori, in qualunque modo li si voglia chiamare, siano sempre in agguato per derubare gli incuranti turisti che affollano le nostre città d’arte è ormai una vecchia storia trita e ritrita alla quale ci siamo tutti tristemente abituati.

Quello di cui è stato vittima qualche giorno fa il signor Michael Valery, mentre viaggiava insieme a sua moglie sul vaporetto diretto a Venezia però, è un atto di delinquenza che, viste le circostanze, dovrebbe offenderci e indignarci come se seduti su quel traghetto, con lo sguardo assorto nella laguna, magari distratti dalla bellezza di una città unica al mondo, ci fossimo stati noi. Come se il borsello nel quale la mano colpevole del ladro ha rovistato fosse stato il nostro. Come se le romantiche vacanze tanto sognate e poi rovinate da quell’inconveniente fossero state le nostre o il tempo perso a fare denunce lo avessimo invece dovuto dedicare ai nostri cari.

Le circostanze sono quelle che ha scritto il turista americano in un foglietto consegnato alla polizia dopo aver denunciato il furto: “questo era il mio ultimo viaggio con mia moglie, sto morendo di cancro. So che non leggerai questo testo e non te ne importerà nulla. Siamo arrivati nella tua bellissima città il 14 luglio alle 14. Sul vaporetto numero 1 sono diventato la tua ennesima vittima. Mi hai lasciato senza soldi e senza carta. “

Questo ha costretto gli sfortunati coniugi a cambiare i loro piani e fare rientro negli Stati Uniti. Prima di andarsene però l’uomo ha voluto lasciare un messaggio per la persona che lo ha derubato non solo del denaro ma anche degli ultimi giorni di felicità da trascorrere insieme alla compagna di una vita. “Ti perdono” ha lasciato scritto alla fine della sua lettera, perché non c’è risposta più straordinaria di questa ad un gesto di ordinaria disonestà.

Fuori programma

Esiste uno scarto tra i nostri progetti e la realtà. Tra quello che abbiamo organizzato con dovizia di particolari e quel dettaglio che invece manda all’aria tutti i piani. Possiamo struggerci per questo, cercare invano di capire cosa sia andato storto, distribuire colpe a noi stessi o ad altri oppure accettare il fatto che di fronte alla volontà della Vita le nostre volontà si sgretolino. E la Vita è proprio lì, è sempre nascosta in tutti gli imprevisti che non ti aspetti. È in quella persona che all’improvviso riesce a sorprenderti, è in quel grattacapo che si rivela la tua salvezza, è in quell’angolo di mondo che trovi dopo aver sbagliato strada. E quando dopo la delusione, la stanchezza, lo sconforto ci arrendiamo alla fine, lei ha già pronto un nuovo inaspettato inizio per noi. Perché la felicità a dire il vero non dipende quasi mai dai desideri che abbiamo saputo realizzare, piuttosto da ciò che abbiamo ricevuto senza chiedere, ciò di cui avevamo bisogno senza sapere.

Storia di una candela che non voleva accendersi

Che fossi fatta di cera, lo sapevo. Non bisogna mai nascondere a noi stessi quello che siamo. Ecco: io ero una candela, anzi sono una candela. Forse diversa da come ero un tempo ma in fondo posso dire, sebbene con qualche perplessità, di essere ancora io. Quando ero ancora nuova e tutta intera c’era una cosa che proprio non riuscivo ad accettare ed era l’idea di bruciare. Che senso ha lasciarsi consumare in quel modo? Insomma, il gioco non valeva la candela. Dicono che facciamo atmosfera, ma sapete quanto me ne importasse di contribuire alla cena romantica di qualcuno? Per non parlare del Natale. Ecco, io ero una di quelle che il Natale proprio lo detestava. Non immaginate quanto sia pericoloso quel momento dell’anno per noi! Ci infilano in qualche prezioso candelabro, nel centrotavola delle feste, persino nelle composizioni floreali. Ci legano un bel fiocco attorno alla vita dalle tonalità dell’oro o del rosso e ci vendono come idea regalo. Che poi, detto tra noi, che razza di regalo è una candela? Uno di quelli inutili, da riporre in un angolo e lasciare impolverare, o peggio ancora: da riciclare. Ah, se noi candele potessimo parlare! Io però avevo già le idee chiare: non mi sarei fatta accendere per nessun motivo al mondo. Ero consapevole che potesse sembrare una battaglia contro i mulini a vento, anzi la mia a pensarci bene era contro gli accendini, i fiammiferi e tutti quei maledetti aggeggi che non facevano altro che indurmi in tentazione. Continue reading

Ostracismo

C’è una parola un po’ inconsueta che di tanto in tanto mi torna in mente. Appartiene a vecchie reminescenze di scuola, alle lezioni di storia sull’antica Grecia. Ed è da lì infatti che proviene la parola: Ostrakon che significa “pezzetto di terracotta”. Fin qui nulla di anomalo se non fosse che quelli usati dai Greci durante le assemblee popolari non erano di certo innocui cocci qualunque. Su di essi appunto veniva scritto il nome della persona che sarebbe stata esiliata per un periodo di dieci anni. Questa pratica appartenente alla democrazia ateniese prende il nome di Ostracismo.

L’ostracizzato di solito era una persona considerata pericolosa per la comunità, facile agli eccessi, talvolta si trattava semplicemente di un nemico da allontanare. Oggi per la psicologia sociale e la sociologia l’ostracismo è l’esclusione consapevole di un individuo o di un gruppo dalla società.

Non è necessario scomodare le scienze umane per rendersi conto che quest’abitudine sia più presente che mai, che anche oggi la gente continua a mettere all’angolo qualcuno che non gli somiglia, che la pensa in maniera diversa, che non ha paura di dire la verità, specie se è scomoda.

Questo mondo avrà sempre i suoi ostracizzanti e i suoi ostracizzati. I primi sono la maggioranza arrogante e indifferente, i secondi poveri cristi senza giustizia, senza attenzione, senza diritto di contraddizione. I nomi degli uni sono scolpiti nel marmo pregiato del prestigio sociale e della buona reputazione di facciata, i nomi degli altri nel coccio di chi viene considerato poco o nulla, quello dello sberleffo, della menzogna e dell’oblio.

Amico a ore

Se vivi nell’epoca de “il-lavoro-non-c’è-inventalo”, non puoi di certo stupirti di fronte all’idea che un ragazzo di nome Takanobu Nishimoto ha trasformato in una professione. Per lui, come accade per quasi tutti quelli si inventano un mestiere che prima non c’era, è cominciato quattro anni fa come un hobby. Il passatempo di questo ragazzo era infatti quello di fare compagnia a chiunque avesse bisogno di qualcuno con cui parlare, con cui essere se stesso, senza alcun timore di essere giudicato, insomma: uno sconosciuto.

E pensare che un tempo c’erano i preti, gli psicologi, ora in Giappone se hai voglia di sfogarti senza imbarazzi, puoi pagare una professionista che al costo di mille yen all’ora (il corrispettivo di otto euro) si offre di ascoltarti. E per quanto possa sembrarvi strano, Takanobu non è il solo a dedicarsi ad una simile professione: egli ha infatti organizzato la sua attività con una rete che conta una sessantina di uomini, i quali coprono le richieste di tutto il paese.

A quanto pare infatti in Giappone negli ultimi tempi si sono moltiplicate le agenzie che offrono questo tipo di servizio. Del resto in un mondo come quello odierno, nel quale ognuno di noi è ossessivamente connesso e inconsapevolmente solo, dove tutti comunicano e nessuno ha voglia di ascoltare, è inevitabile che prima o poi, quando avremo bisogno di parlare, di aprirci senza remore come si fa con un amico, saremo costretti a prenderlo a noleggio.

“Il dolore ci protegge”

Ciascuno di noi ha nei confronti del dolore una soglia di sopportazione diversa. C’è chi alla prima parvenza di malessere corre ai ripari imbottendosi di analgesici e chi – seppur a fatica – preferisce stringere i denti e aspettare che passi da sé. In ogni caso è chiaro che a nessuno piaccia soffrire. Eppure, essendo una costante della nostra condizione umana, il male è inevitabile, in certi casi persino necessario.

Un medico un giorno mi ha detto una frase  sorprendentemente vera: “il dolore ci protegge”, intendendo il dolore fisico come un monito ben preciso, atto ad avvisarci che qualcosa nel nostro corpo non sta funzionando nella maniera giusta.

E se questa legge immutabile e irriducibile valesse non solo per il corpo ma anche per l’anima? Quando veniamo maltrattati, trascurati o traditi triboliamo forse meno che per un taglio, una frattura o un’infiammazione? Certo che no. Quel campanello d’allarme che risuona sia nella pelle che nei pensieri è lo stesso che vorremmo acquietare fino a ridurlo ad un eco lontano. Eppure lui non ci abbandona, continua a ripeterci che qualcosa non va, come un genitore che ammonisce il figlio nell’errore.

Il dolore ce lo portiamo addosso anche quando, sotto l’effetto di un’aspirina o una bugia, ci sembra di far tacere il suo grido insopportabile. Passato l’effetto, passata l’illusione esso torna, ci stritola tra le sue inospitali braccia e ci costringe a fermarci, a riprendere fiato e coscienza, a capire, a chiedere aiuto. La sofferenza non vuole nient’altro che tenerci al riparo da un pericolo del quale siamo ignari. Lo fa per metterci in salvo, per “il nostro bene”, anche se fa male.

Pericolo e opportunità

Nella lingua giapponese il concetto di crisi viene raffigurato con due ideogrammi. Uno rappresenta il concetto di pericolo, l’altro l’occasione.

Che significato diamo noi a questa parola una volta che entra a far parte della nostra vita di tutti i giorni? Cos’è che riesce a scuoterci dal normale scorrere delle abitudini mettendoci in crisi? Un licenziamento, un lutto, la fine di un amore, una malattia: ognuno potrebbe darne una definizione diversa e personale e risulterebbero tutte ragionevolmente giuste. Dietro ciascuno di questi spiacevoli imprevisti però si nascondono le occasioni che da sempre silenziosamente attendono di essere trovate.

Proprio lì, sul fondo di quella crepa, in quello strappo doloroso, in quella ferita che ti chiedi se si rimarginerà più c’è qualcuno o qualcosa che aspetta di prenderci per mano e portarci dove non saremmo giunti mai. Sembra paradossale eppure in questo viaggio la strada per le scoperte migliori è proprio quella che ci porta a perdere. E ogni volta è un nuovo inizio, è un varco chiuso che sembra aprirsi soltanto per noi, una prospettiva inaspettata che prima non riuscivamo a vedere.

Pericolo e occasione, due parole inesorabilmente intrecciate l’una all’altra. Una ci ricorda che non siamo immuni dal dolore, dal timore, dall’errore, l’altra ci sussurra che possiamo venirne fuori, che possiamo farcela, che domani saremo migliori di quelli che siamo stati fino ad ora. E niente di tutto questo potrebbe succedere se non fossimo obbligati a passare attraverso quella strada a senso unico che si chiama crisi.

«Ogni madre l’avrebbe fatto»

«Ogni madre l’avrebbe fatto» con queste parole qualche giorno fa è stata diffusa una foto destinata a fare il giro del pianeta. Ritrae una donna che allatta un bambino e fin qui nulla di strano se non fosse che la storia di Ola e Yaman è capace di oltrepassare confini da sempre considerati invalicabili. Ola Ostrovsky-Zak è un’infermiera di trentaquattro anni e lavora all’ospedale Hadassah di Gerusalemme. La sera in cui il piccolo Yaman viene ricoverato insieme alla sua famiglia lei è di turno. Vengono da Hebron e sono quindi arabi israeliani. Quando arrivano al pronto soccorso, dopo essere stati coinvolti in un brutto incidente, l’unica cosa che conta però è salvarli.

Il bimbo sembra essere l’unico miracolosamente illeso. Suo padre morirà poco dopo, sua madre ha un serio trauma cranico. Yaman non smette di piangere, da molte ore non mangia più e di attaccarsi al biberon non ne vuole sapere. Le zie che si sono precipitate all’ospedale spiegano al personale sanitario che il nipotino sin dalla nascita è stato abituato a nutrirsi del latte della madre. Non sanno che Ola oltre ad essere un’infermiera è anche una mamma di tre figli, l’ultimo dei quali ha ancora un anno e mezzo.

«Se siete d’accordo posso farlo io» deve aver detto. Nessuno credeva possibile che un’israeliana potesse allattare un palestinese. Ma quando Ola ha preso Yaman tra le sua braccia, davanti agli occhi sbalorditi e commossi di tutti non c’erano più due nazioni nemiche, due religioni, due popoli da sempre in guerra tra loro. C’erano soltanto una donna e un bambino. La mamma di altri figli che allattava il figlio di un’altra madre. Quella notte l’infermiera lo fece per ben cinque volte e le zie di Yaman le hanno spiegato che secondo l’Islam, dopo che una donna allatta per cinque volte un neonato diventa la sua seconda madre.
«Ero molto commossa – racconterà Ola – Naturalmente non sostituirò la sua mamma, ma ora posso dire di avere un figlio palestinese».

 

Quale Dio

Non so quale dio sia quello nel cui nome si uccide un bambino. Sotto i colpi di un fucile, sotto una bomba, sotto una nuvola di gas tossico. E anche sotto gli occhi di una parte di mondo che resta a guardare, con l’imbarazzo di vedere, senza piangere, senza sentire quell’offesa fatta ad un altro essere umano come un’offesa fatta a noi. Non so quale dio sia quello nel cui nome si stermina un popolo la cui unica colpa è di essere nato nella parte sbagliata del pianeta.

So solo che un dio che permette questa vergogna è un dio che non esiste. Un dio che uccide attraverso la mano assassina dell’uomo, con l’odio iniettato nelle vene e incapace di provare pietà, non è un dio ma un uomo. L’unica razza che fa guerra a se stessa e annienta i suoi simili, la cui storia è l’eterna lotta del male contro il bene. Davanti ad un bambino che muore per la malvagità degli adulti, il bene ha perso. Abbiamo perso tutti.

Da qualche parte del Cielo o della Terra però esiste un Dio che che un giorno ha detto: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Dio è quel bambino che ieri soffocava dentro la nuvola di gas Sarin. Dio è quel piccolo corpo innocente del quale un giorno l’umanità dovrà chiedere perdono. Quando il bene vincerà sul male, in questo mondo o in un altro, dove le nuvole saranno ancora bianche ma si potranno respirare.

Storie di vento

C’era una volta, un paese dal quale nessuno era uscito mai. Ai suoi abitanti il resto del mondo metteva infatti una gran paura. Da molto tempo avevano imparato a conoscerlo attraverso i racconti di un vento brontolone chiamato Cattivenotizie. Esso portava con sé un sacco di storie tristi che andava a raccogliere da una parte all’altra del pianeta.

Quando le notizie erano finite, le inventava. Tanto per la gente non faceva alcuna differenza, essi riponevano la più profonda fiducia in lui e questo lo rendeva un vento molto potente. Il paese era protetto da alte e robuste mura, e per questo i suoi abitanti si sentivano al riparo dal resto del mondo.

Soltanto il vento poteva entrare e uscire come voleva. In questo paese però, viveva un bambino che non credeva affatto a quel narratore di problemi senza soluzione, sofferenze e delusioni. Aveva come il presentimento che il mondo fosse migliore di quanto gli venisse raccontato. Visto che di fronte alla curiosità non ci sono mura che tengano, il bimbo le scavalcò e uscì dal suo paese.
Scoprì quindi che nel mondo c’erano tantissime storie dal finale amaro, proprio come quelle che portava Cattivenotizie, ma insieme a queste ce ne erano altrettante piene di speranza e buoni sentimenti. Continue reading

Donne e basta

Spesso, per indicare una donna di grande tenacia, coraggio o valore sento usare l’espressione “donna con le palle”. La cosa che più mi lascia perplessa è che a pronunciarla con maggior disinvoltura ed orgoglio siano proprio le dirette interessate.

E pensare che alle donne gli attributi maschili non servono affatto. Siamo già dotate di tutto il necessario per affermare identità e carattere. Siamo in grado di avere lo stesso successo, carisma e autorevolezza anche senza le famose palle. Come possiamo pretendere di cambiare questo tempo senza prima rivoluzionare il nostro modo di pensare, correggendo innanzitutto le parole e l’uso spesso inconsapevole che se ne fanno? Parliamo di parità di diritti, di quote rosa e poi non facciamo che diffondere messaggi sbagliati.

Basta di pensare all’uomo e alla donna come due individui in lotta tra loro per il dominio del mondo. Non esiste né il sesso forte né quello debole. L’uguaglianza passa sempre attraverso l’accettazione delle differenze ed è questa la peculiarità che fa della donna e dell’uomo non due nemici ma due alleati. In fondo persino la vita nasce dalla diversità.

Arriverà il giorno in cui le donne smetteranno di farsi la guerra tra loro, quando capiranno di essere così stupide a mettersi in competizione l’una con l’altra, quando la pianteranno di scimmiottare gli uomini, quando l’espressione “donna con le palle” non la userà più nessuno. E le donne impareranno ad accettarsi come donne. E basta.

Rinascita

Quante volte si arriva a toccare il famoso baratro. Ci sono giorni, mesi, anni dai quali non sai proprio come farai ad uscirne o come ne uscirai. Ti guardi allo specchio e ti vedi diversa. Forse sei solamente stata senza sorridere per tanto, troppo tempo.

Quella che eri, chissà dov’è ora? Ma in un punto di questa storia devi esserti distratta per forza e hai perso il segno. Ti sei persa tu e un sacco di occasioni per fare quello che avresti voluto, dovuto. Hai lasciato che la vita ti passasse attraverso e ti raggelasse come un vento che viene da Nord. Ti chiedi se tutti prima o poi si sentano così. A te sembra di non sentirli più gli altri, non li riconosci più. I tentativi vani di risalire ti hanno fatta scivolare ancora più giù.

Ed ora che te ne stai rannicchiata sul fondo, puoi solo alzare gli occhi in alto, fissare il cielo lontano e renderti conto di quanto sia profonda quella voragine. Puoi decidere di restare lì per sempre oppure arrampicarti ancora. Puoi decidere di essere tu il vento impetuoso e non lasciarti fermare da niente, catturare da nessuno. Continue reading