Ostracismo

C’è una parola un po’ inconsueta che di tanto in tanto mi torna in mente. Appartiene a vecchie reminescenze di scuola, alle lezioni di storia sull’antica Grecia. Ed è da lì infatti che proviene la parola: Ostrakon che in realtà non significa altro che “pezzetto di terracotta”. Fin qui nulla di anomalo se non fosse che quelli usati dai Greci durante le assemblee popolari non erano di certo innocui cocci qualunque. Su di essi appunto veniva scritto il nome della persona che sarebbe stata esiliata per un periodo di dieci anni. Questa pratica appartenente alla democrazia ateniese prende il nome di Ostracismo.

L’ostracizzato di solito era una persona considerata pericolosa per la comunità, facile agli eccessi, talvolta si trattava semplicemente di un nemico da allontanare. Oggi per la psicologia sociale e la sociologia l’ostracismo è l’esclusione consapevole di un individuo o di un gruppo dalla società.

Non è necessario scomodare le scienze umane per rendersi conto che quest’abitudine sia più presente che mai, che anche oggi la gente continua a mettere all’angolo qualcuno che non gli somiglia, che la pensa in maniera diversa, che non ha paura di dire la verità, specie se è scomoda. Quelli che fanno senza rendere conto a nessuno, quelli che scelgono senza ascoltare nessuno. Quelli troppo poco in forma, troppo sciatti, troppo poveri, troppo poco alla moda, troppo sfigati. Quelli la cui presenza imbarazza, provoca risolini e maldicenze.

Questo mondo avrà sempre i suoi ostracizzanti e i suoi ostracizzati. I primi sono la maggioranza arrogante e indifferente, i secondi poveri cristi senza giustizia, senza attenzione, senza diritto di contraddizione. I nomi degli uni sono scolpiti nel marmo pregiato del prestigio sociale e della buona reputazione di facciata, i nomi degli altri nel coccio di chi viene considerato poco o nulla, quello dello sberleffo, della menzogna e dell’oblio.

Amico a ore

Se vivi nell’epoca de “il-lavoro-non-c’è-inventalo” e scopri che questa notizia viene dritta dritta dal Giappone dove l’originalità sembra essere parte dell’identità nazionale, non puoi di certo stupirti di fronte all’idea che un ragazzo di nome Takanobu Nishimoto ha trasformato in una professione. Per lui, come accade per quasi tutti quelli si inventano un mestiere che prima non c’era, è cominciato quattro anni fa come un hobby. Il passatempo di questo ragazzo era infatti quello di fare compagnia a chiunque avesse bisogno di qualcuno con cui parlare, con cui essere se stesso, senza alcun timore di essere giudicato, uno sconosciuto insomma.

E pensare che un tempo c’erano i preti, gli psicologi, ora in Giappone se hai voglia di sfogarti senza imbarazzi, puoi pagare una professionista che al costo di mille yen all’ora (il corrispettivo di otto euro) si offre di ascoltarti. E per quanto possa sembrarvi strano, Takanobu non è il solo a dedicarsi ad una simile professione: egli ha infatti organizzato la sua attività con una rete che conta una sessantina di uomini, i quali coprono le richieste di tutto il paese.

A quanto pare infatti in Giappone negli ultimi tempi si sono moltiplicate le agenzie che offrono questo tipo di servizio. Del resto in un mondo come quello odierno, nel quale ognuno di noi è ossessivamente connesso e inconsapevolmente solo, dove tutti comunicano e nessuno ha voglia di ascoltare, è inevitabile che prima o poi, quando avremo bisogno di parlare, di aprirci senza remore come si fa con un amico, saremo costretti a prenderlo a noleggio.

“Il dolore ci protegge”

13551642_201146926949989_1831455913_nCiascuno di noi ha nei confronti del dolore una soglia di sopportazione diversa. C’è chi alla prima parvenza di malessere corre ai ripari imbottendosi di analgesici e chi – seppur a fatica – preferisce stringere i denti e aspettare che passi da sé. In ogni caso è chiaro che a nessuno piaccia soffrire. E’ una di quelle faccende che, se potessimo tenere alla larga da noi e dai nostri cari, non esiteremmo ad allontanare. Eppure, essendo una costante della nostra condizione umana, il male è inevitabile, in certi casi persino necessario.

Un medico un giorno mi ha detto una frase che ho trovato sorprendentemente vera, anche se non l’avevo mai vista da questa prospettiva: “il dolore ci protegge”, intendendo il dolore fisico come un monito ben preciso, atto ad avvisarci che qualcosa nel nostro corpo non sta funzionando nella maniera giusta.

E se questa legge immutabile e irriducibile valesse non solo per il corpo ma anche per l’anima? Quando veniamo maltrattati, trascurati o traditi triboliamo forse meno che per un taglio, una frattura o un’infiammazione? Certo che no. Quel campanello d’allarme che risuona sia nella pelle che nei pensieri è lo stesso che vorremmo acquietare fino a ridurlo ad un eco lontano. Eppure lui non ci abbandona, continua a ripeterci che qualcosa non va, come un genitore che ammonisce il figlio nell’errore.

Il dolore ce lo portiamo addosso anche quando sotto l’effetto di un’aspirina o una bugia ci sembra di far tacere il suo grido insopportabile. Passato l’effetto, passata l’illusione esso torna, ci stritola tra le sue inospitali braccia e ci costringe a fermarci, a riprendere fiato e coscienza, a capire, a chiedere aiuto. La sofferenza non vuole nient’altro che tenerci al riparo da un pericolo del quale siamo ignari. Lo fa per metterci in salvo, per “il nostro bene”, anche se fa male.

Pericolo e opportunità

Nella lingua giapponese il concetto di crisi viene raffigurato con due ideogrammi. Uno rappresenta il concetto di pericolo, l’altro l’occasione. Una sintesi perfetta per delineare il significato di una parola che nell’ultimo decennio nel mondo occidentale è entrata a far parte del vocabolario quotidiano, oltre che abusata e strumentalizzata e della quale, non è un caso, ci è stata mostrata soltanto una faccia della medaglia. Non è dell’aspetto sociale però che mi interessa discutere, piuttosto di quello personale.

Che significato diamo noi a questa parola una volta che entra a far parte della nostra vita di tutti i giorni? Cosa riesce a scuoterci dal normale scorrere delle abitudini e ci mette in crisi? Un licenziamento, un lutto, la fine di un amore, una malattia: ognuno potrebbe darne una definizione diversa e personale e risulterebbero tutte ragionevolmente giuste. Eppure dietro ciascuno di questi spiacevoli imprevisti si nascondono le occasioni che da sempre silenziose attendono di essere trovate.

Proprio lì, sul fondo di quella crepa, in quello strappo doloroso, in quella ferita che ti chiedi se si rimarginerà più c’è qualcuno o qualcosa che aspetta di prenderci per mano e portarci dove non saremmo giunti mai. Sembra paradossale eppure in questo viaggio la strada per le scoperte migliori è proprio quella che ci porta a perdere. E ogni volta è un nuovo inizio, è un varco chiuso che sembra aprirsi soltanto per noi, una prospettiva inaspettata che prima non riuscivamo a vedere.

Pericolo e occasione, due parole inesorabilmente intrecciate l’una all’altra. Una ci ricorda che non siamo immuni dal dolore, dal timore, dall’errore, l’altra ci sussurra che possiamo venirne fuori, che possiamo farcela, che domani saremo migliori di quelli che siamo stati fino ad ora. E niente di tutto questo potrebbe succedere se non fossimo obbligati a passare attraverso quella strada a senso unico che si chiama crisi.

«Ogni madre l’avrebbe fatto»

juedische-krankenschwester-stillt-palaestinensisches-baby2«Ogni madre l’avrebbe fatto» con queste parole qualche giorno fa è stata diffusa una foto destinata a fare il giro del pianeta. Ritrae una donna che allatta un bambino e fin qui nulla di strano se non fosse che la storia di Ola e Yaman è capace di oltrepassare confini da sempre considerati invalicabili. Ola Ostrovsky-Zak è un’infermiera di trentaquattro anni e lavora all’ospedale Hadassah di Gerusalemme. La sera in cui il piccolo Yaman viene ricoverato insieme alla sua famiglia lei è di turno. Vengono da Hebron e sono quindi arabi israeliani. Quando arrivano al pronto soccorso, dopo essere stati coinvolti in un brutto incidente, l’unica cosa che conta però è salvarli.

Il bimbo sembra essere l’unico miracolosamente illeso. Suo padre morirà poco dopo, sua madre ha un serio trauma cranico. Yaman non smette di piangere, da molte ore non mangia più e di attaccarsi al biberon non ne vuole sapere. Le zie che si sono precipitate all’ospedale spiegano al personale sanitario che il nipotino sin dalla nascita è stato abituato a nutrirsi del latte della madre. Non sanno che Ola oltre ad essere un’infermiera è anche una mamma di tre figli, l’ultimo dei quali ha ancora un anno e mezzo.

«Se siete d’accordo posso farlo io» deve aver detto. Nessuno credeva possibile che un’israeliana allattasse un palestinese. Ma quando Ola ha preso Yaman tra le sua braccia, davanti agli occhi sbalorditi e commossi di tutti non c’erano più due nazioni nemiche, due religioni, due popoli da sempre in guerra tra loro. C’erano soltanto una donna e un bambino. La mamma di altri figli che allattava il figlio di un’altra madre. Quella notte l’infermiera lo fece per ben cinque volte e le zie di Yaman le hanno spiegato che secondo l’Islam, dopo che una donna allatta per cinque volte un neonato diventa la sua seconda madre.
«Ero molto commossa – racconterà Ola – Naturalmente non sostituirò la sua mamma, ma ora posso dire di avere un figlio palestinese».

 

Quale Dio

Io non so quale dio sia quello nel cui nome si uccide un bambino. Sotto i colpi di un fucile, sotto una bomba, sotto una nuvola di gas tossico. E anche sotto gli occhi di una parte di mondo che resta a guardare, con l’imbarazzo di vedere, senza piangere, senza sentire quell’offesa fatta ad un altro essere umano come un’offesa fatta a noi. Non so quale dio sia quello nel cui nome si stermina un popolo la cui unica colpa è di essere nato nella parte sbagliata del pianeta.

So solo che un dio che permette questa vergogna è un dio che non esiste. Un dio che uccide attraverso la mano assassina dell’uomo, con l’odio iniettato nelle vene e incapace di provare pietà, non è un dio è un uomo. L’unica razza che fa guerra a se stessa e annienta i suoi simili, la cui storia è l’eterna lotta del male contro il bene. Davanti ad un bambino che muore per la malvagità degli adulti, il bene ha perso. Abbiamo perso tutti. Continue reading

Storie di vento

C’era una volta,

un paese dal quale nessuno era mai uscito. Ai suoi abitanti il resto del mondo metteva infatti una gran paura. Da molto tempo avevano imparato a conoscerlo attraverso i racconti di un vento brontolone chiamato Cattivenotizie. Esso portava sempre con sé un sacco di storie tristi che andava a raccogliere da una parte all’altra del pianeta.
Quando le notizie erano finite, le inventava. Tanto per la gente non faceva alcuna differenza, essi riponevano la più profonda fiducia in lui e questo lo rendeva un vento molto potente. Il paese era protetto da alte e robuste mura, e per questo i suoi abitanti si sentivano al riparo dal resto del mondo.

Soltanto il vento poteva entrare e uscire come voleva. In questo paese però, viveva un bambino che non credeva affatto a quel narratore di problemi senza soluzione, sofferenze e delusioni. Aveva come il presentimento che il mondo fosse migliore di quanto gli venisse raccontato. Visto che di fronte alla curiosità non ci sono mura che tengano, il bimbo le scavalcò e uscì dal suo paese.
Scoprì quindi che nel mondo c’erano tantissime storie dal finale amaro, proprio come quelle che portava Cattivenotizie, ma insieme a queste ce ne erano altrettante piene di speranza e buoni sentimenti. Continue reading

Donne e basta

baby-beach-blonde-cute-favim-com-5033844Spesso, per indicare una donna di grande tenacia, coraggio o valore sento usare l’espressione “donna con le palle”. La cosa che più mi lascia perplessa è che a pronunciarla con maggior disinvoltura ed orgoglio sono proprio le dirette interessate.

Non prendetemi per una femminista convinta perché non lo sono. Sono semplicemente una che pensa che alle donne gli attributi maschili non servano affatto. Il buon Dio ci ha già dotate di tutto il necessario per stare al mondo, non abbiamo bisogno di apparati extra per affermare identità e carattere. Siamo in grado di avere lo stesso successo, carisma e autorevolezza anche senza le famose palle. Come possiamo pretendere di cambiare questo tempo senza prima rivoluzionare il nostro modo di pensare, correggendo innanzitutto le parole e l’uso spesso inconsapevole che se ne fa? Parliamo di parità di diritti, di quote rosa e poi non facciamo che diffondere messaggi sbagliati.

Basta di pensare alle donne come a parassiti che debbono essere mantenuti. Basta di storcere il naso di fronte a quelle che scelgono di non essere madri. Basta di giudicare quelle “di facili costumi”: ognuno è libero di indossare il costume che vuole. Basta di deridere quelle fuori forma, fuori peso, fuori moda. Basta ai consigli di seduzione. Basta alle fiabe di principesse che debbano per forza trovare qualcuno che le salvi. Ogni donna, se vuole, è capace di salvare se stessa da sola.

Basta soprattutto di pensare all’uomo e alla donna come due individui in lotta tra loro per il dominio del mondo. Non esiste né il sesso forte né quello debole. L’uguaglianza passa sempre attraverso l’accettazione delle differenze ed è questa la peculiarità che fa della donna e dell’uomo non due nemici ma due alleati. Non sono io a dirlo, ma è la natura stessa a suggerircelo ogni volta che viene al mondo un bambino. La vita nasce dalla diversità. Continue reading

Rinascita

Quante volte si arriva a toccare il famoso baratro. Ci sono giorni, mesi, anni dai quali non sai proprio come farai ad uscirne o come ne uscirai. Ti guardi allo specchio e ti vedi diversa. Forse sei solamente stata senza sorridere per tanto, troppo tempo.

Quella che eri, chissà dov’è ora? Ma in un punto di questa storia devi esserti distratta per forza e hai perso il segno. Ti sei persa tu e un sacco di occasioni per fare quello che avresti voluto, dovuto. Hai lasciato che la vita ti passasse attraverso e ti raggelasse come un vento che viene da Nord. Ti chiedi se tutti prima o poi si sentano così. A te sembra di non sentirli più gli altri, non li riconosci più. I tentativi vani di risalire ti hanno fatta scivolare ancora più giù.

Ed ora che te ne stai rannicchiata sul fondo, puoi solo alzare gli occhi in alto, fissare il cielo lontano e renderti conto di quanto sia profonda quella voragine. Puoi decidere di restare lì per sempre oppure arrampicarti ancora. Puoi decidere di essere tu il vento impetuoso e non lasciarti fermare da niente, catturare da nessuno. Continue reading

Una bella lezione

Ogni storia ha qualcosa da insegnarci, sopratutto quelle che raccontano gesti più eloquenti di mille parole. Piccoli atti coraggio e solidarietà che significano grandi lezioni di umanità. Il protagonista, in questo caso, è Jackson Joston, un ragazzino americano di undici anni che un bel giorno, in sostegno del nonno malato, si è rasato tutti i capelli. L’uomo infatti si stava sottoponendo ad un ciclo di chemioterapia.

Di certo, il nipotino dal cuore d’oro non aveva messo in conto che, proprio a causa del suo nuovo look, sarebbe stato deriso dai compagni di scuola. E’ a questo punto che il preside della Pekin Middle School, in Iowa, ha deciso di intervenire per dare una bella lezione ai bulli. Niente punizioni, richiami ufficiali o note di demerito. Tim Hadley non ha fatto altro che organizzare un’assemblea straordinaria e lì, davanti agli occhi sgranati dei suoi studenti, ha chiesto a Jackson se gentilmente potesse rasare i capelli anche a lui.

A volte, come in questo caso, non serve altro per dire a qualcuno: sono con te. Mentre quella parte di mondo che giudica sempre senza sapere, questa volta sarà rimasta a guardare, in silenzio, senza scherno. E qualcuno chissà, avrà imparato che oltre l’apparenza si nasconde spesso un’altra verità.

Spidey, storia di un eroe normale

13627088_1736674989916443_6752068128045508329_nQuella che sto per raccontarvi è la storia di un “ragazzo normalissimo con un progetto straordinario”. Così tiene a precisare il protagonista nella pagina facebook Spider4kids dedicata alla sua iniziativa. E’ una storia vera, di vera umanità, anche se quando ne sono venuta a conoscenza mi sembrava uscita da un fumetto.

Di fumetti, Alessio Cossu in arte Spidey, deve averne letti tanti prima di scoprire che anche dentro di lui si celava un supereroe. Questo Peter Parker genovese in realtà è un ragazzo come tanti: classe 1988, professione operaio, nella vita ha tre grandi passioni: la musica, lo sport e la sua Harley. Fin qui nulla di strano se non fosse per quel suo cuore speciale, capace di autentica bontà e autentico altruismo, insomma qualità rare.

“Ho sempre voluto rendermi utile per gli altri in qualche modo” mi confida. L’ispirazione è nata seguendo su Instagram il fondatore dell’Associazione Heart of a Hero: Ricky Mena. E così sono bastati un costume da Spiderman e tanto amore per il prossimo a trasformare il nostro Alessio in un supereroe dei piccoli, ma anche dei grandi.

Sui social si firma come Spidey e la sua missione è portare un po’ di spensieratezza là dove manca. In poche parole, regala attimi di magia ai pazienti ricoverati in ospedale, porta allegria nelle case di accoglienza e tanta leggerezza quando si presenta nelle abitazioni private o ai centri estivi. Ovunque ci sia qualcuno che sta affrontando un momento difficile, Spidey c’è.

Basta scrivergli un’email o contattarlo su Facebook o Instagram ed ecco che in un attimo arriva a destinazione, sparando le sue ragnatele e volando da un tetto all’altro. Guai a chiedergli quanto costa una sua visita. “Nulla” è la risposta. Del resto, come ci insegna lui stesso: “i supereroi, dopo un salvataggio, non presentano mica il conto al malcapitato di turno!” Il sorriso con cui i bambini lo accolgono, lo stupore che vede brillare nei loro occhi o semplicemente la consapevolezza di portarli lontani con la fantasia, per lui è già il profitto più alto del mondo.

A ricaricare i suoi super poteri gli basta la gratitudine della gente. Con Spidey non c’è nemico che non possa essere sconfitto: il dolore, la paura, la malattia, ma anche la solitudine e la noia vengono catturati nella sua ragnatela e poi neutralizzati a suon di giochi e divertimento. Continue reading

Storie ed empatia

Le storie si sa, ci sono da quando esiste l’uomo. L’empatia, ovvero la capacità di mettersi nei panni altrui, pure. Cosa c’entrano questi due aspetti tra loro? Forse è la stessa domanda che si è posto lo psicologo e romanziere Keith Oatley, il quale in uno studio scientifico da lui stesso redatto, ha raccolto tutte le ricerche riguardanti gli effetti della narrativa sul cervello umano e ha scoperto esserci una profonda correlazione tra la fiction e la capacità di comprendere se stessi e gli altri. Tutto ciò scaturirebbe proprio dall’immaginazione che si attiva ogni volta che leggiamo un romanzo, guardiamo un film, assistiamo ad uno spettacolo teatrale, e che ci porta a guardare il mondo con occhi diversi, a comprendere meglio gli stati d’animo, ad accrescere le nostre doti relazionali. Continue reading

Nice

Nice. Se lo leggi in inglese significa bello, piacevole, carino. In francese è una famosa località della Costa Azzurra. Nizza resta per me una delle città più affascinanti che abbia mai visto.

E’ ricca e moderna come una metropoli, ma curata in ogni angolo e silenziosa come un piccolo paese di provincia. Non c’è il rumore delle auto, dei clacson, nemmeno quello dei camion. Soltanto un vociare di gente che riempie le strade. E’ un salotto elegante e raffinato, affacciato su un mare che lusinga lo sguardo e quell’azzurro non lo dimentichi più. In questi giorni di luglio di qualche anno fa, sulla Promenade des Anglais ci stavo passeggiando anch’io.

Posso solo immaginare quanto possa essere stato magico il lungomare vestito a festa ieri sera, la festa della libertà e della democrazia, con il cielo che si illuminava di fuochi d’artificio e la gente che li ammirava.

Forse per un istante nessuno avrebbe pensato a niente di brutto. E sta proprio in questo la viltà: nel fatto che la morte ti sorprenda mentre sei indaffarato ad amare la vita. Speravo di aver fatto un incubo stanotte. Speravo che questa non fosse l’ennesima tragedia in un’estate piena di cronache da tragedia. Mi ferisce dover credere invece che ottanta vite, ancora una volta, siano state falciate via, che quel posto si sia improvvisamente trasformato in uno scempio, in un inferno, in un orrore da ripulire. Continue reading

storia di una perla

Ostrella era un’ostrica che non si conosceva abbastanza e si amava ancor meno. Il mare in cui viveva era pieno di creature più sicure e avvenenti di lei che invece, goffa com’era, si nascondeva dietro alla sua impenetrabile corazza: una conchiglia ruvida e squamosa.

Ai molluschi come lei del resto nessuno faceva caso ed Ostrella non sapeva far altro che restare in disparte, passando le sue giornate attaccata ad uno scoglio scabro, l’unico che per lo meno le somigliasse un pochino. Sapeva che non sarebbe mai stata come le altre creature marine eppure c’era una domanda che continuava a scuoterla come le onde del mare: “E se in fondo ce l’avessi anche io qualcosa di speciale?” Se esisteva, Ostrella non lo aveva ancora trovato, doveva essersi ben mimetizzato proprio come lei. Continue reading

Il curriculum degli insuccessi

Apparteniamo ad anni in cui non è prevista la possibilità dell’insuccesso. Di posto non ce n’è per chi non taglia il traguardo in tempo, peggio ancora per coloro che in fondo non ci arrivano proprio. Spesso non basta neanche un curriculum efficace, compilato ad hoc seguendo i consigli elargiti dagli esperti di successo, con tanto di competenze, esperienze, referenze, parole tutte scritte in inglese, che si sa, danno sempre un tono in più.

Siamo allora condannati ad essere rampanti fuori e frustrati dentro, perché l’apparenza, ci insegnano, va sempre salvata. Siamo tutti in vendita, spinti ad ostentare un packaging accattivante, tutti in fila, ad aspettare di far carriera, esposti sullo scaffale della società. I pezzi fallati, invece, restano ben nascosti, accatastati nel magazzino della nostra verità. Continue reading