Volti

Non c’è nulla che un volto possa nascondere.  I pensieri che scorrono ignari e non si fermano, come nuvole nell’aria.  E certi sorrisi  dai quali  trapela una timida dolcezza.  La bontà li rende belli. Anche se, di tanto in tanto, un velo sottile li cela di malinconia. I segni del passato tracciati leggermente ma indelebili.  Nulla può trattenere un volto. Sarebbe come impedire ad una finestra spalancata di far entrare la luce.

Lucia Bardeggia

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Saremo liberi

Domani saremo diversi. Squarceremo questo velo di illusioni che ci trattiene. Ci scivoleranno addosso le menzogne. E usciremo fuori, come chi nasce. Sarà diverso. Con la verità negli occhi. Saremo un respiro.

Domani saremo diversi. Troveremo il vento perfetto e ci  alzeremo in volo. Lasceremo alle spalle questa  banalità maligna che ci trattiene come pece. E saremo nuovi, come un giorno ancora da vivere. Sarà diverso. Saremo liberi.

Lucia Bardeggia

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Siamo già qualcuno

“Non sono niente, non sarò mai niente, non voglio essere niente. Ma ho in me tutti i sogni del mondo.”

Fernando Pessoa

E’ molto più semplice essere qualcosa. E assecondare l’inevitabile svolgersi degli eventi che ci porta ad essere il tanto idolatrato qualcuno.

Inconsapevolmente tendiamo ad una forma ferma e assoluta. Questo vorremmo essere. Per riuscire a dire in una parola chi siamo. Invece ci strugge  l’essere identità imprecisate, in equilibrio precario tra quello che ci viene richiesto implicitamente  e ciò che vorremmo essere davvero. Imprigionati in qualcosa che ci siamo ritrovati sulla spalle o che consapevolmente continuiamo ad  indossare per ingannare il mondo.

Come possiamo prendere un’etichetta stampata per altri cento e incollarcela addosso? Mentre dentro ci scorre la vita, giorni e giorni in cui siamo stati differenti,  e di cui non abbiamo compreso che un barlume di ciò che eravamo. Sarà per quella paura di essere nulla. Restare indecifrati, allontanati. Sarà per quel primitivo bisogno di dare un nome alle cose. Ecco ce l’abbiamo. Un nome intendo. E anche un volto e una storia. Siamo già qualcuno e molto spesso quello che con ansia e affanno cerchiamo di essere è il nulla.

Lucia Bardeggia

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Morire di fame ?

Morire di fame. Fino a non troppo tempo fa questa paura era per noi  lontana, uno spettro ancorato ad altri continenti, ad altra gente. E diciamoci la verità, morir di fame non era una preoccupazione primaria per noi.  Ma adesso? Adesso che le carte in tavola si sono mescolate, anzi che qualcuno come al solito le ha mescolate per noi.

Adesso cosa succede? Siamo scoperti, nudi, miseri. Per la prima volta questa sensazione ha iniziato a scuotere ogni certezza come un terremoto che non sappiamo più fermare.  Cosa significa avere fame in questo momento della storia, in questo angolo di umanità? Significa forse che il filo si è spezzato  ed ora  ci si è raggomitolato addosso?  Ci ha imprigionato in trame di altri, che mai abbiamo avuto il permesso di contraddire? Non stiamo diventando poveri, stiamo diventando più poveri.

Forse non avvertiremo mai i morsi della fame allo stomaco, forse un pezzo di pane da mangiare lo troveremo ancora. La vera fame per noi  sarà vedere la storia del nostro popolo che si piega su se stessa e torna indietro. Saranno le voci dei diritti  e della verità soffocati. Sarà la disperazione di vedersi togliere quel poco, poco alla volta o in un solo colpo. Saranno le volontà imprigionate e il pensiero con le ali spezzate. Basterà questa consapevolezza, la paura di sprofondare a farci rialzare in piedi? Basterà a farci resistere e ricominciare, ancora una volta, a costruire il migliore dei mondi possibili?

Lucia Bardeggia

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A Karol

In memoria di un grande uomo tra gli uomini.

VIDEO Giovanni Paolo II – I momenti più dolci

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Noi, gli altri

Non facciamo  che incontrare qualcun’altro. Ovunque. File di sconosciuti che entrano ed escono dalle porte secondarie della nostra vita. Non possiamo evitare di scontrarci  con la ruvida crosta altrui. Il cuore rimane dentro. E a volte va a nascondersi così bene da farti dubitare della sua presenza. In questo incrociarsi e sfiorarsi di esistenze ignote si plasma la nostra vita, ci mescoliamo noi. Domande gentili e risposte aspre. Visi sinceri e volontà celate. Questo è il nostro insinuarci tra la gente. Questo è l’infiltrarsi della gente in noi. Quell’inevitabile scambio di storie e verità che ognuno si porta dentro. Croce e delizia della nostra umanità. Condividere e proteggere allo stesso tempo. Volontà opposte di vite diseguali e accostate. Questi siamo noi, questi sono gli altri.

Lucia Bardeggia

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Non ci restano che i sogni

Non ci restano che i sogni, anche ora che, dicono, siamo diventati più poveri. Non ci resta che quella trama intangibile sottesa alla vita. Quella spinta ad innalzarsi anche se si è caduti in basso. La volontà di proseguire anche se ci si vorrebbe fermare o tornare indietro.

I sogni. La parte più innocente rimasta ancora con noi. Nascosta, difesa, abbandonata, nutrita. Niente c’appartiene più di un sogno. Un salto della fantasia, un volo dell’anima capace come nient’altro di intravedere qualcosa che non c’è. La realtà embrionale che traccia un desiderio a volte c’ illude, altre ci porta dove vorremmo arrivare. E poi basta a tenerci compagnia, perché mette le sue radici in un angolo dentro di noi e non se ne va più via.

GRAZIE PER QUESTO PRIMO ANNO TRASCORSO IN COMPAGNIA DI

Sentieri di carta

Lucia Bardeggia

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Alle donne

Alle donne di ogni età. A quelle che sono state e a quelle che saranno. Alle donne di ora. Alla dignità che devono mantenere e al rispetto che devono pretendere. Alla fragilità e alla forza. In un corpo, in un’anima. Alle donne normali che non fanno rumore, che non attirano l’attenzione. A quelle che affascinano più di un miraggio.

Alle donne capricciose e a quelle mansuete. A quelle sempre impegnate e a quelle che si perdono. A quelle che sognano e a quelle che lottano. Alle donne ferite e a quelle amate. Alle donne oltraggiate e a quelle protette.

Alle donne, l’altra metà dell’amore, l’altra metà dell’umanità

Lucia Bardeggia

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Musa

Con la penna inferma stretta tra le dita faticava a scrivere parole. Dentro il cuore c’era ancora l’uragano. Quello che inghiottiva la vita e la scagliava via lontana. L’uragano smembrava ogni pagina e lo obbligava a ricominciare da capo. Era stata la sua forza feroce ad attrarlo, ad alimentare la sua implacabile voglia di scrivere. Il modo tacito e innocuo che aveva di spiegare il mondo, per plasmare con la penna l’orma di ogni pensiero. Ma se il cuore era rimasto giovane, le membra non avevano potuto evitare di invecchiare.

Folle, aveva conservato l’illusione. Doveva ancora scrivere di lei. E aveva tentato ogni giorno, lei era stata in ogni storia, vibrante fra le parole. Lei che era un pensiero, l’alito capace di soffiare lungo una vita intera. Ma sfuggente così da non poterla trattenere, né riuscire mai a riportare indietro. E più la desiderava e più il tumulto nel suo cuore si animava. L’immagine di lei era qualcosa che pareva non potesse essere detta.

” Tu il papavero ed io un campo di grano” scrisse.  Forse nemmeno queste erano le parole giuste. E scrivere era stato solo un tentativo di tenerla dentro ancora un po’. Ma improvvisamente il cuore si era placato. E le mani avevano smesso di tremare. Immobili riposavano accanto alla penna caduta sulle ultime parole.

Racconto di  LUCIA BARDEGGIA

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Al silenzio

Non ha senso aggiungere altro. Ammassare  discorsi fuorvianti  uno ad uno. Non ha senso addensare questa nebbia che ci confonde. Eppure a questa babele di verità e vanità c’è ancora qualcosa che manca.  Manca il silenzio. Differente, inascoltato.

Ha senso scavare un antro per chi non parla, per chi rimane zitto nell’angolo, all’ombra dei pavoni che brillano e fanno finta di non conoscere. A questi che passano indifferenti e ipocriti si volti la faccia almeno una volta. Ai tanti Giuda  che sghignazzano ammirati, stimati, emulati.

Ha senso la verità di chi non si è mai guadagnato l’attenzione di nessuno. Di chi abbassa gli occhi  e si arrende.  Hanno senso queste parole per gli inosservati, gli umili di ogni tempo, i ben educati, quelli aggrappati ai valori fuori moda, ai sinceri derisi e ridicolizzati. Quelli a cui si schiaccia la testa appena tentano di arrancare.

Queste parole hanno senso per dar voce, almeno una volta, al silenzio.

Lucia Bardeggia

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Nevica

Neve. Ho l’impressione che da giorni non si faccia che parlare d’altro. Ovunque. Al di là dei disguidi, dei disagi che può creare questo evento atmosferico, di questi tempi abbiamo tutti  tenuto  sotto’occhio le previsioni meteo. Con la speranza di svegliarci il mattino e trovare fuori dalla finestra il tanto annunciato manto bianco.

La neve. C’è chi la odia e chi la ama. Io personalmente la amo. Mi piace l’idea di tanti fiocchi soffici, indifesi, fragili che hanno il potere di mettere a tacere tutto. Tutto sotto un irreale silenzio. Una quiete candida, innocente. E’ forse proprio per questo bisogno che abbiamo di fermarci un po’, di stupirci, tornar come un tempo. Forse è proprio per questo che aspettiamo che nevichi, come si aspetta che qualcuno ritorni, o che qualcosa cambi.

E’ la stessa voglia che ci implora di fermarci, per poter rivedere un mondo ingenuo e pulito. Se questo purtroppo significa vederlo solamente per qualche giorno, sotto un freddo e morbido  strato di neve, se significa guardarlo da dietro un vetro, con il fuoco acceso, se significa mettere un paio di stivali e rotolarsi tra la neve, allora  che nevichi pure.

Lucia Bardeggia

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Una vita rampante

Qualcuno si ricorderà di un personaggio, un certo Cosimo Piovasco conte di Rondò, un tale che visse sugli alberi. Questo nome non risulterà nuovo a coloro che hanno letto Il Barone Rampante di Italo Calvino, romanzo nel quale si narrano le vicende di un ragazzo, il conte Cosimo di Rondò, per l’appunto, che decide per dispetto di salire su un albero, ma da quel giorno non vi scenderà più assumendosi ogni responsabilità e ogni merito di questa scelta. Ciò non gli impedisce di vivere una vita normale, rimanendo in contatto con la gente, senza perdere le abitudini quotidiane e anzi riuscendo persino ad innamorarsi. Una vita normale in fin dei conti, l’unica vita normale voluta e vissuta dal protagonista del romanzo.

Mi capita spesso di pensare a questo libro, nato dalla genialità straordinaria del suo autoreche ha saputo creare una grande metafora di libertà e di vita. Mi chiedo se davvero, per trovare noi stessi e riuscire ad amare meglio il mondo, si debba guardare tutto da una prospettiva insolita, differente.

Forse ognuno di noi deve trovare il proprio albero sul quale arrampicarsi ed essere felice. Nella misura in cui essere felici non significa per forza vivere eternamente in una bolla protetta dal mondo. Il vero privilegio non è fuggire, ma imparare a vivere, nella maniera che si è scelta, con coraggio, determinazione e un po’ di follia. Le scelte ci fanno apparire diversi agli occhi altrui, ma così normali invece ai nostri occhi. Solo se un giorno si trova la forza  di salire su un albero e non scendere più, solo così rendiamo merito alla vita che ci è data da realizzare, normale o rampante che sia.

Lucia Bardeggia

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Buon Natale

Buon Natale. Per i doni fatti e ricevuti. Per quelli che non possiamo comprare e quelli che arriveranno inaspettati. Buon Natale per ognuno che sarà con noi. Buon Natale per chi non c’è più. Buon Natale per ogni bambino che a Natale ancora desidera, attende e si stupisce. Buon Natale a noi grandi che ormai non ci sorprende più nulla.  Buon Natale lo stesso per tutto  ciò che abbiamo perso e quello che abbiamo di nuovo da conquistare. Buon Natale a chi sarà solo, chi si dimenticherà e a chi sarà scordato. Buon Natale a chi sta male e a chi è guarito.   Buon Natale per ogni luce che vorremmo ci accendesse gli occhi e ogni speranza capace di scaldarci il cuore. Buon Natale per ogni Natale che c’è rimasto dentro e per quelli che non ricordiamo più. Buon Natale anche se  sembrerà un Natale diverso. Anche se dicono, “sarà più povero”. Buon Natale per ogni voce, ogni fragranza , ogni  sapore che ci riporterà a casa. Buon Natale per ogni volta che ci sentiremo amati.  Buon Natale per ogni volta che ameremo ancora.

A tutti voi … Buon Natale.

Lucia Bardeggia

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Incontro

Tutto sembra avere inizio con un incontro. Un attimo che lì per lì resta incompreso, incompiuto. Pare fluttuare, quel momento, tra la leggerezza vibrante del sogno e l’incessante, accogliente fluire della realtà. In un giorno atteso e distratto, capace di mutare il senso a tutti gli altri,  l’anima ritrova se stessa. Quell’anima rimasta incompleta fin quando non ha trovato, per vivere, un altro cuore come il suo. Un cuore che battesse e gioisse della sua stessa melodia. Un altro cuore che sembrava essere stato scolpito per contenere il suo, per proteggerlo, per nutrirlo.

Un incontro incantevole e indomabile di due corpi che si specchiano, si confondono, si completano l’uno nell’altro. Come se gli occhi dell’altro servissero per vedere con i propri occhi qualcosa mai visto prima, come se anche i propri pensieri potessero essere detti con la voce dell’altro e il suo corpo diventare l’estensione del nostro. Come a fondersi insieme, senza inizio nè fine. Due corpi che non possono vivere senza incontrarsi, diventano un solo corpo di carne viva, pulsante e conservano in loro l’eterno focolare dell’esistenza. Esserci stati, insieme. Eternamente anime, abbracciate, pensate insieme. Anime che hanno saputo trovarsi e riconscersi. Il tempo svela il senso di ogni incontro.  Che tutto rende più comprensibile e irrinunciabile diventa il bisogno che ne avevamo. La sete deliziosa  di due anime che dimorano in sol corpo e si stringono, si desiderano in un tempo fermo e indissolubile.

Lucia Bardeggia

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La sensazione dell’onestà

Poggiare la testa sul cuscino, la sera. Con le membra esauste ma  il cuore calmo. E quella sensazione che quasi non si riesce a dire.  La sensazione dell’onestà. Un piacere lieve e costante che coglie l’uomo la sera, mentre chiude insieme gli occhi e la fatica della sua giornata.

Le mani sono indolenzite e la mente è debilitata. Ma il cuore è calmo. Batte dolcemente nel petto dell’uomo giusto, che ha lavorato seguendo il buon senso, che ha creato per il bene, che si è guadagnato da vivere e una vita normale e serena. Sapere di aver fatto il proprio dovere, di aver fatto quello era da fare, nel modo migliore possibile, pur nella miseria, nonostante i limiti. Quando cala la sera solo  una cosa resta all’uomo: la verità. L’uomo onesto s’addormenta stanco e sereno. S’addormenta ogni spossatezza in lui e s’accendono un riposo meritato e i meritati sogni.

Lucia Bardeggia

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Il mondo delle parole

Ma ti ricordi quante parole si facevano da ragazzi. Si parlava così per dire. Sapevamo benissimo ch’eran solo discorsi, eppure il gusto ce lo siamo cavato.  - Cesare Pavese -

Quando qualcuno mi chiede di cosa parla il mio blog, spesso rispondo con difficoltà. Come posso definire qualcosa che è fatto interamente di parole? Qualcosa che sembra totalmente altrove rispetto alla realtà visibile, tangibile.  E bastano le sole parole per creare qualcosa? Bastano a dargli vita, mantenerne la dignità, il senso?

Se potessimo dividere a metà il mondo o la nostra esistenza credo che almeno la metà di esse sarebbe occupata dalle parole. Almeno metà della nostra dimensione umana è fatta di discorsi, progetti, bugie, propositi, promesse… Almeno la metà di quello che facciamo ha bisogno di essere detto, espresso, confidato, spiegato.

Questo è l’immenso, impalpabile potere delle parole. La capacità magica di suoni e significati che costruiscono, creano una realtà ideale. E se non conservassero in loro questo potere irriducibile, non troverebbero più ragione d’essere in un mondo come il nostro dove tutto si vede, si possiede, si tocca. Eppure proprio nei momenti salienti dell’esistenza umana non possiamo farne a meno.

Ne abbiamo bisogno per suggellare un amore, per dirci addio, per cantare la felicità, per non morire di dolore. A volte  sembrano parole al vento ma ci tengono  compagnia, ci legano l’uno all’altro, seminano un sentimento, infondono coraggio.

Le parole forse non bastano per creare qualcosa ma, semplicemente, servono per forgiarne un’anima.

Lucia Bardeggia

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Nostalgia

Ci sono persone, momenti, luoghi che sono rimasti. Forse non si vedono più, ma in qualche maniera sono rimasti. Nei gesti, nei ricordi.  Son fermi in occasioni o feste che non sono più le stesse. Come fossero impigliati in quel nodo che stringe nel petto, ogni volta che c’accarezza il loro pensiero. Vorremmo tirarli fuori dal cuore per poterli stringere ancora, per annusarne l’odore, per ascoltarne le voci che ci pare di aver dimenticato. Voci che sembrano ora echi lontani e volti che paiono velati di foschia.  Infossati di malinconia. Vorremmo toccarne la carne ma c’è rimasta l’anima. Vorremmo ritrovare persone, momenti, luoghi, proprio lì dov’erano un tempo. Nella stessa perfetta maniera di un attimo che pareva non bastare mai. E invece era perfetto. Ora c’accontentiamo di ricordi che fuggono e sbiadiscono. C’affanniamo di nostalgia per ritrovare, in quello che non c’è più, qualcosa che è rimasto.

Lucia Bardeggia

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Ciò che resta

“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. “

Antoine Lavoiser

Un segno bisognerà pur lasciarlo. E’ quello che mi dico sempre, senza conoscerne bene il perchè.  Questo  lasciare cenni indelebili della nostra presenza è un motivo che ci affascina un po’ tutti. Quante volte ci sarà capitato di aver fatto un buon gesto verso qualcuno e non aver ottenuto i risultati sperati, o di aver fatto una buona azione e basta ed esserci ritrovati soli e delusi, o peggio: aver subito conseguenze che non ci meritavamo. In  momenti così a me torna sempre in mente il finale dei Promessi Sposi che, se la memoria non mi inganna, più o meno dice così: “la miglior condotta a volte non basta a tener lontani i guai.” Credo che il bene e il male in qualche modo non agiscano mai direttamente e che le conseguenze di una buona o di una cattiva azione non si paghino nell’immediato. Continua a leggere

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Il resto era eterno

Le prendeva le mani. Forse il gesto non sapeva contenere tutto ciò che avrebbe voluto farle. Le toccava adagio posandosi su ogni piegatura delle dita. Poi le stringeva tra le sue, intrecciando le dita di lei a quelle della sua mano. Con la voglia matta, insaziabile delle sue mani. Avrebbe voluto le sue mani da stringere per tutto il resto dei suoi giorni. Questo gli sarebbe bastato. Così ogni cosa l’avrebbero fatta insieme. E più le si avvicinava e più aveva paura, più quel nodo lo stringeva alla gola. Per la prima volta temette di perderla, di nuovo. Ma, a costo della sua vita, non l’avrebbe fatta scivolar via.
Lei era sua. Erano diventate sue le labbra morbide, la voce che riempiva la loro casa, l’odore della sua pelle, i lamenti e le risate. E suoi erano stati i momenti spensierati e felici, suoi erano quelli passati a farsi la guerra, a non parlarsi più. Continua a leggere

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Voltare pagina

Difficile è iniziare. Devo averlo sentito da qualche parte, o forse l’ho provato. Difficile è ancor più ricominciare. Arduo quanto necessario. Cambiare è vitale. Devo averlo scritto da qualche parte, o forse l’ho provato.

Voltare pagina, quante pagine vorremmo cambiare, per incontrare nuova gente, trovarci in altri luoghi, fare quello che speravamo. Anche  solo per dare un’occhiata a come sarà questa nostra storia che prende certe pieghe impreviste, che a volte non controlliamo.

Come se fosse tutto già scritto o come se volessimo scrivere noi stessi ogni segno.  E’ che a volte la vita assomiglia a un libro aperto, abbandonato in un giorno di vento. I fogli svolazzano  da soli, contro ogni volontà. A volte scorrono troppo velocemente, altre tornano indietro.

E’ quando tutto resta fermo che si vorrebbero strappare le pagine già lette e ricominiciare a scriverne delle nuove.  Ma nulla si può strappare. E ricominciare anche cento volte non è uno strappo. Anche se fa male, anche se non vorremmo farlo davvero. Voltare pagina per uscire dalle righe, per andare incontro al vento. Con la pelle nuova e nuda, ma con l’animo che resta, e gli anni che l’hanno forgiato.  Pagina dopo pagina. Restano.

Lucia Bardeggia

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